DarukhanaIT Nel cuore della zona industriale a nord di Mumbai, si estende Darukhana, un’area poco conosciuta dai turisti ma centrale nell’economia grigia della città. Qui, tra lamiere contorte, fumo acre e pioggia monsonica, si consumano ogni giorno demolizioni navali di proporzioni colossali. Navi cargo provenienti da tutto il mondo arrivano per il loro ultimo viaggio: lo smantellamento. Secondo stime non ufficiali, circa 6.000 lavoratori operano in una rete non tracciata di cantieri. In soli tre mesi, riescono a demolire oltre 20.000 tonnellate di imbarcazioni. Nonostante l’apparente efficienza, le condizioni in cui tutto questo avviene sono estremamente pericolose e poco regolamentate. Appena varcati i cancelli del dockyard, il primo impatto è sensoriale e brutale. Il rumore assordante delle fiamme ossidriche che tagliano il metallo si mescola all'odore pungente di lubrificanti bruciati. L'aria è irrespirabile. Comunicare è quasi impossibile, se non attraverso gesti. Neppure le piogge torrenziali del monsone sembrano rallentare i ritmi di lavoro: gli operai, completamente esposti, continuano senza sosta, in equilibrio precario tra acciaio e fuoco. Cerco di parlare con alcuni di loro. Non sembrano disturbati dalla mia presenza: sono abituati a lavorare sotto gli occhi di chi osserva, ma non cambia nulla. Molti arrivano da zone rurali dell’India o attraversano il confine dal Pakistan, spinti dalla disperazione più che dalla speranza. La loro paga? Meno di 2 euro al giorno. In cambio, rischiano la vita quotidianamente. Le navi vengono smontate pezzo dopo pezzo: cavi, turbine, lamiere, container, tutto viene recuperato, rivenduto, riutilizzato. Un business multimilionario che si regge sull'irrilevanza del costo del lavoro e sulla quasi totale assenza di normative ambientali e di sicurezza. Le sostanze tossiche — amianto, piombo, arsenico, cromo, olio esausto e solventi industriali — si infiltrano nei corpi degli operai e nell’ambiente circostante. Incidenti, malattie respiratorie, ustioni e intossicazioni sono all’ordine del giorno. Nessuno indossa protezioni adeguate. Il rumore costante, simile a un bombardamento ininterrotto, è parte integrante del paesaggio sonoro. Tutto questo accade a pochi chilometri dai grattacieli scintillanti del centro città. Le conseguenze ambientali sono devastanti. Le acque utilizzate dalle famiglie locali per cucinare e lavarsi sono contaminate da sostanze chimiche scaricate direttamente dai cantieri. Eppure, in questo scenario apocalittico, gli occhi dei lavoratori non trasmettono solo fatica e dolore. C'è una strana serenità, quasi una felicità inspiegabile. Sorridono, come se sapessero qualcosa che noi, osservatori esterni, non possiamo comprendere. Forse è solo resistenza. Forse è orgoglio. Forse, semplicemente, è l’unico modo per sopravvivere a un lavoro che consuma tutto — tranne la dignità. EN In the heart of the industrial zone north of Mumbai lies Darukhana, an area little known to tourists but central to the city's gray economy. Here, amid twisted metal sheets, acrid smoke, and monsoon rain, shipbreaking operations of colossal proportions take place every day. Cargo ships from all over the world arrive for their final journey: dismantling. According to unofficial estimates, approximately 6,000 workers operate in an uncharted network of shipyards. In just three months, they manage to demolish over 20,000 tons of vessels. Despite the apparent efficiency, the conditions in which all this takes place are extremely dangerous and poorly regulated. As soon as you enter the dockyard gates, the first impact is sensorial and brutal. The deafening noise of the oxy-fuel flames cutting through the metal mixes with the pungent smell of burning lubricants. The air is unbreathable. Communication is almost impossible, except through gestures. Not even the torrential monsoon rains seem to slow the pace of work: the workers, completely exposed, continue relentlessly, precariously balanced between steel and fire. I try to speak to some of them. They don't seem bothered by my presence: they're used to working under the watchful eye of others, but nothing changes. Many come from rural India or cross the border from Pakistan, driven by desperation rather than hope. Their pay? Less than 2 euros a day. In exchange, they risk their lives daily. The ships are dismantled piece by piece: cables, turbines, sheet metal, containers, everything is recovered, resold, reused. A multimillion-dollar business that relies on the negligible cost of labor and the almost total absence of environmental and safety regulations. Toxic substances—asbestos, lead, arsenic, chromium, used oil, and industrial solvents—leak into the workers' bodies and the surrounding environment. Accidents, respiratory illnesses, burns, and poisoning are the order of the day. No one wears adequate protection. The constant noise, like a relentless bombardment, is an integral part of the soundscape. All this happens just a few kilometers from the gleaming skyscrapers of the city center. The environmental consequences are devastating. The water used by local families for cooking and bathing is contaminated by chemicals discharged directly from the construction sites. Yet, in this apocalyptic scenario, the workers' eyes convey more than fatigue and pain. There is a strange serenity, almost an inexplicable happiness. They smile, as if they know something that we, outside observers, cannot comprehend. Perhaps it's just resistance. Perhaps it's pride. Perhaps, quite simply, it's the only way to survive a job that consumes everything—except dignity. |
